Maria Giusti, Assenzio

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EAN: 9788893990073 Collana: Generi: , , Product ID: 2191

Descrizione

“La Poesia di Maria bacia sulla bocca la Filosofia che scardina certezze e corrode di dubbio caustico il senso dell’esistere.
La Poesia di Maria nasce da un cuore filosofico puro, che squarcia Veli di Maya, alla ricerca del Vero.
Affonda nel ventre della terra come una lama d’argento, che scava in profondità in nome della Verità per rinvenire, come archeologica scoperta, la nudità pura e vera dell’anima svestita di ogni maschera.”
(Estratto dalla Prefazione di Stefania Maria Gioia Giordano)

2 recensioni per Maria Giusti, Assenzio

  1. Valutato 5 su 5

    Ida Di Ianni

    Ho scritto in un giorno in cui ero triste, ritrovandomi nella tristezza profonda – come se questo sentimento, come ogni sentimento, potesse trasmettersi o accogliersi in una gradualità – dell’Autrice, mia cara amica – e sciogliendomi in lacrime con lei e dicendole – facendole sapere – che il suo era un libro “che faceva male” e che pertanto “faceva un gran bene” a chi, come me, fosse nelle sue stesse corde e “sentisse” in maniera “profonda”. E assolutizzo l’aggettivo.

    Una raccolta “matura”, questa di Maria Giusti, e quest’altro attributo può significar nulla, se non si conosce l’iter professionale della nostra scrittrice e, soprattutto, se non si conosce il mondo affettivo e valoriale di Maria Giusti poeta.
    Ed io che quel mondo conosco, nel leggere “Assenzio”, ne ho sentito ogni accento, ogni senso, ogni dolore, e gioie rare.

    Vita, vuoto, pianto, terra, tempo, attesa, madre-padre-figli-marito, grembo. Grembo che non è parola nuova nella grammatica poetica di Maria Giusti, grembo che ha un valore fortemente simbolico nella sua poesia. E poi poesia e poeti, in compulsione quasi: in questo binomio che l’autrice pure sa non perfetti nella imperfezione della Vita, addiviene l’ASSENZIO, lo stordimento temporaneo, l’eclissi della coscienza – o il suo affiorare senza poterla arginare -, che ci fa sentire ancora vivi, che restituisce agli occhi – in cui la Poetessa addensa in queste liriche ogni immagine-scrigno di memoria – la luce del volere o la malinconia dell’assenza.

    Di tante assenze si puntellano i giorni di Maria: genitori cui sono rivolte sì carezze lievissime da poeta, ma soprattutto parole d’amore che solo una figlia devota sa dire; amici amati (centrali sono liriche dedicate ad Amerigo Iannacone, che qui sarebbe con noi se il destino non lo avesse impegnato ad essere ricordato con lacrime amare); distanze – quelle segnate dall’esistere e quelle invece peculiari del poeta, che si ritrova, in questa fase del suo esistere, a concepirsi “folle” nella consapevole sua conciliazione di opposti inconciliabili.

    Eleggerei proprio il termine “distanza” a filo conduttore della nuova opera, ora che “le pietre tacciono” ed i passi amati sono solo “fruscii” o immagini ricondotte dal vento, quando meno t’aspetti.
    Liriche che non stanno lì a pesarsi o a misurarsi – la misura è di chi non è rotto dalla commozione e riesce a governare la sua materia – ma si abbandonano – soltanto – altamente al canto, all’elegia che ricompone e purifica, quando si scrive del tempo e dell’ora, e pure dell’occasione. Ritroviamo così in quest’uno scomposto liriche ad andamento prosaico che si chiudono sovente con interrogativi o che si sgranano in versi-parola che non abbisognano di contorni. Sono così, in quest’esigere che sembra trovare ristoro solo negli astri. (leggi p. 28)
    I
    In questa nuova stagione poetica di Maria Giusti sono comunque evocazioni nuove, approdi più alti traslati – ed anche autotradotti – dal Romanticismo inglese (la natura che si modella all’animo del poeta) e dalla stagione simbolista nella volontà panica della poetessa di fuggire “la caoticità delle cose”, pur nell’affermazione forte “Io continuerò e ti abiterò, vita!”. Vita, non personificata dalla poetessa, che le si manifesta come “sepolcrale solitudine” (evocazione romantica) o “fronde che scuotono la mia anima” (evocazione quasimodiana) nel nonsenso che la donna – e il Poeta – riconosce ora al mondo. “Mi estraneo da questo povero mondo”. E “Smarrita nel buio della mia mente/ sento il desiderio forte di restarvi.”
    Il Poeta, la donna, alla fine dei conti, sa tuttavia come salvarsi.

    Invictus (leggi p. 25)

    E le verità indicibili (leggi p. 31)

    E squarci di sereno – il pesco, le rondini, gli olivi, il canto melodioso di Benedetta – ad aprire varchi di cielo in questa tempesta del vivere che si manifesta come “frastuono”. (leggi p. 64)

  2. Valutato 5 su 5

    Vincenzina Scarabeo Di Lullo

    Maria Giusti trova “nel marasma di questo esistere” il vigore della solitudine estrema, la forza del poetare e nella poesia rinviene il suo” assenzio “. La vita possiede una sua” scellerata freschezza “, afferma l’autrice, ma rimane comunque” l’inganno più bello “al di fuori del quale restano solo illusione e follia che travolgono ogni forma di razionalità e creano la dimensione della lontananza oltre il tempo, oltre ogni relazione possibile all’uomo. L’uomo si lascia travolgere da una quotidianità mortificante dinanzi alla quale la poetessa confessa il proprio smarrimento e la sua resa incondizionata al desiderio di abitare le zone misteriose dell’anima per affidare alla poesia l’illusione della verità. Per questo la poesia di “Assenzio” diventa “la più grande menzogna” che non separa il tragico dalla leggerezza con le sue architetture di fascino e di torbido mistero ed è capace, comunque, di recuperare atmosfere guizzanti di sensazioni immediate, depurate di ogni materialità : Maria Giusti mette a nudo il proprio animo senza infingimenti, senza aspettare né consolazione né perdono né condivisione di una narrazione tanto immediata quanto sofisticata. La silloge “Assenzio” diventa, così, la storia tormentata di un’anima timorosa dell’inferno, ma lontana dal Paradiso, sospesa tra l’essere e il non essere, tra allucinazione e realtà. L’anima rimane straniera per qualsiasi luogo dove le lacrime non dicono morte, ma abbandono all’infinito e vorticoso fluire di intimissime visioni.

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